A distanza di quasi 14 anni dall'uscita originale, mi ricapita tra le mani questo"Downtown Dreamers" di Alex Masi, talento italiano emigrato negli States .
In tutta franchezza il buon vecchio Alex non è stato mai in grado, a mio sommesso avviso, di ritagliarsi un ruolo ben definito, e questo è tutt'ora il principale ostacolo al decollo definitivo della sua carriera. In realtà Masi si è sempre barcamenato tra il ruolo di guitar - hero e quello di rocker stradaiolo, finendo per non calarsi mai completamente in nessuno dei due ruoli. Difatti i suoi dischi sono troppo guitar - oriented per appassionare i fanatici di lustrini e paillettes e troppo "mosci" per appassionare i cultori della sei - corde. Intendiamoci, i suoi lavori sono sempre ben registrati, ben prodotti e ben confezionati, tuttavia l'attenzione e la cura dei particolari di corollario non riescono a mascherare delle evidenti lacune stilistiche che penalizzano, e non poco, le uscite discografiche del virtuoso di Los Angeles.
A questa serie di critiche, forse un tantino dure ma inevitabili, non sfugge neppure questo "Downtown Dreamers". Sin dalla copertina, in cui compare una donna in abito eburneo poggiata innocentemente su di un lampione, mentre alle spalle si stagliano le luci di una città notturna, che poi riapparire in atteggiamento molto più " aggressivo" e in abiti "molto" succinti nella inner sleeve del platter, si avverte un certo sforzo di virare verso il class colorato tanto in voga a quei tempi nella Los Angeles tutta lipstick e spandex (ricordiamo che il disco è uscito originariamente nel 1988). Ma già dalle prime note dell'introduttiva "God Promised A Paradise" si avverte qualche scricchiolio. Il suono della chitarra è si tagliente al punto giusto, ma la voce del singer David Fefolt è quanto di più lontano dal class style si possa immaginare. Non che il lead vocalist si stonato o che abbia una brutta voce, anzi, ma semplicemente il suo "vocione" basso nulla ha a che vedere con i classici stilemi glamour, né riesce a donare un tocco di originalità alla composizione uscendo fuori dai soliti schemi. I brani si susseguono tutti più o meno sulle stesse coordinate sino ad arrivare alla fatidica prova del nove costituita dal brano strumentale "Foggy Day In Hollywood" dove Alex dovrebbe dare libero sfogo alla sua bravura tecnica e compositiva. Ed invece...come al solito anche qui toppa clamorosa! Un mero sfoggio di tecnica dove sweep, legati e tapping la fanno da padroni, ma in nessun caso Masi riesce ad infondere al brano un'atmosfera accattivante e coinvolgente, risultato: freddo più di un iceberg!
Credetemi, mi sono sforzato di calarmi nell'epoca in cui il platter fu dato alle stampe, ma non riesco proprio a mettere questo lavoro sullo stesso piano di altri realizzati dai mostri sacri del genere del genere che avevano il grande pregio di catturare appieno la stravagante e strafottente energia e vitalità dello sleazy e dell'arena - rock.
In definitiva un disco, questo "Downtown Dreamers" che risulta essere fiacco oggi come 14 anni fa ( e forse questo è il suo peggior difetto).
(Sidney Radetich) Voto: 5 |