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Copertina
NECRODEATH
"Draculea"
(Scarlet-Audioglobe)
 

A quanto pare inizia una nuova era per i Necrodeath, i quali, abbandonati gli scarni attacchi al fulmicotone dei precedenti lavori, riescono ad infondere maggior carica, feeling e vita ai pezzi di questo nuovo disco: un concept album, tra l’altro, sulla vita di Dracula, il cui vero nome era Vlad Tepes. A dare una marcia in più a questo lavoro è innanzitutto la prova di Peso: ragazzi, non si smentisce mai. Se pensavate di conoscere bene il suo stile, è ora di ricredervi. Le bordate della titletrack e i suoi tipici innesti simil-tribali, sempre dosati con sapienza, fanno di “Draculea” un disco velenoso. Sarà anche che la formazione ora, con Pier e Andy alle chitarre, può vantare una vena progressiva senza eguali nella storia della band. Un duo che riesce a stupire non appena l’attenzione cala, e non solo, anche quando ci sembra che nell’atmosfera lugubre e violenta creata della band ci sia qualcosa di scontato. Flegias sfodera una prova formidabile: certamente siamo nel suo standard, ma è sempre lì a sputare odio su noi malcapitati. “V.T. 1431” è un’intro troppo lunga per i miei gusti, e non basta la voce di Lady Godyva come guest per rendere più succoso sia questo brano che quello di chiusura, anch’esso purtroppo piuttosto prolisso ma con un’atmosfera eterea, maledettamente riuscita nel finale, con chitarre lente e ossessive. La cover dei Venom è invece ben piazzata, sia a livello concettuale, dato che la contessa aveva stretti legami di parentela con il sanguinario personaggio, e sia musicalmente, leggermente ri-arrangiata e con un tiro thrash che prende all’istante. Una canzone che non risente mai del tempo che passa: immortale. “Smell Of Blood” cade forse un po’ troppo nei tipici stilemi della band, mentre “Party In Tirgoviste”, con i suoi break arpeggiati, rimescola le carte in tavola, assieme ad una title-track che, come già detto, pare proprio la punta di questo nuovo lavoro dei genovesi: sembra riportarci ad alcune cose di “Black As Pitch” ma con la differenza che qui c’è maggior gusto per la melodia ed un sound oscuro ma più variegato (grande prova di Peso nel finale). Da dimenticare “The Golden Cup”, una semistrumentale venuta poco bene, che si infiamma soltanto con veloci assoli e un tema principale ripetuto fino alla fine del pezzo; unica nel suo feroce incedere è invece “Impaler Prince”, molto nervosa e con numerosi cambi di tempo e riff tetri. Un disco ben riuscito nel complesso, forse ostico, da ascoltare più volte prima di giudicarlo. Se non fosse stato per quell’intro e outro e qualche idea sparsa qua e là, sarebbe stato un album grandioso, invece mi va di vederlo come una graditissima sorpresa, inaspettata (a un anno da “100% Hell”) e che sicuramente incuriosirà per il suo appeal progressive.
(Davide Montoro) Voto: 7/10

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